venerdì, 28 aprile 2006
ieri ho parlato a lungo con una collega di lavoro. un po' più grande di me, mi conosce da quando ero una bambina. una specie di amica di famiglia che ho ritrovato dopo tanto tempo e con qualche anno in più. quando si cresce le distanze diminuiscono per poi scomparire. un lungo tragitto in auto e i miei pensieri si sono sciolti in fretta. nessuna condizione di felicità, dolore, allegria, sofferenza è permanente. si vive di momenti, si respirano i momenti. perchè dovresti privarti di quello che ti fa stare bene? beh, perchè poi quando non è fisicamente con me non sto altrattanto bene. però non hai nulla da perdere. si, qualcosina si, la mia serenità. perchè ora sei serena? no, direi di no. e non hai voglia di passare del tempo con lui? si, ma... ma cosa? ma non lo so nemmeno io. ecco. ecco cosa? vivitela, non in maniera esclusiva, ma fallo. le storie in sospeso sono quelle che lacerano di più. vedi dove ti porta, con cautela, intanto prosegui il tuo percorso. mmm. mmm cosa? no, nulla. siamo arrivate, posteggio qui? "sei impegnato stasera?" si, ci vediamo alle nove. si, mi ero dimenticato di quanto fossi bella. e ridere sulle parole da dire ad una donna, e sorridere ricordando le serate trascorse insieme e vodkalemon e pensieri sparsi e voglio sentirtelo dire. e ho voglia di fare l'amore con te e nessun hotel e solo lui ed io e le luci delle macchine e i vestiti sparsi e perchè non dormiamo insieme e "no, non posso, domani c'è l'ufficio e devo fare mille cose". ma io starei così fino a domani e...si è fatto così tardi, adesso torniamo. e stamattina, con gli occhi appiccicati dal sonno, la testa che gira e il cervello che non risponde, sono contenta. e poi ci penserò, un po' meglio, con calma.
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giovedì, 20 aprile 2006
si compone per poi spezzarsi. come i miei propositi che durano il tempo della vita di una farfalla, il tempo di un battito di ali. pigiamino, mezza bottiglia di corvo tra la testa e lo stomaco e il suo sms. mi guardo allo specchio. figurati se esco, figurati se adesso mi preparo, mi trucco e salgo in macchina. sono davvero stanca stasera. e poi perchè uscire? è tutto talmente chiaro, cristallino. come quei bicchieri che mi piacciono tanto. ho anche detto di no alla mia amica. mi si chiudono gli occhi (sarà il vino o la stanchezza?). cell e delitto e castigo sul comodino, quasi finiti entrambi. lavo i dentini e squilla il telefono. ti ho mandato un messaggio, sì, l'ho letto. non c'è verso che riesca a vederti, ehm, ero impegnata. mi faceva piacere una pizza insieme ma...hai già mangiato. sì, però potremmo bere qualcosa. tranquilla a., se sei stanca...io?!? figurati, quanto vuoi che ci metta a prepararmi? e poi mica facciamo tardi. ecco. proprio una donna con le palle.
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mercoledì, 05 aprile 2006
ci sono cose che ho imparato ad accettare. accettare e sorridere. uno di quei tanti agognati primi passi che cercavo di muovere tempo fa. un uomo di quarant'anni, con la sua vita, il suo lavoro, la sua donna. ho condiviso con lui attimi che forse adesso vorrei rivivere ma a suo tempo feci le mie scelte e presi le mie decisioni. il male rovesciava il bene, lo annullava. e non ebbi nemmeno il rimpianto di non aver tentato. fu una dichiarazione spalmata via sms dall'altra parte del mondo. destino volle che non ebbe gli effetti sperati e, mio malgrado, uscii di scena come una figurante. e poi mi sono trovata mille volte a domandarmi perchè una persona non riesca a sciogliere quei fili. non c'è stato più nulla, non avrei voluto più riempire i suoi momenti vuoti. essere una regina e poi sentirmi un'amante. troppo dolore e dita a lacerare le carni. ma cosa stavo dicendo? ah, mi stavo domandando come un uomo continui a mantenere quel contatto che non ha nessun significato. dirmi.che.sono.sexy. sono tanti quarant'anni. sono pochi quarant'anni. e riesco a provare la vergogna che non prova lui. lui. io. avere il sentore che fosse un incastro corretto. e sentire che non si stava sgretolando nulla perchè nulla c'era mai stato. illusioni che mi hanno fatto compagnia. poi ho scavalcato il muro e trovato il bianchetto. ed ho imparato ad accettare. accettare lui che mi tormenta. accettare che gli uomini che ho avuto si siano rifatti una vita. accettare che non piangessero più per me. accettare la gavetta che mi spinge a non perdere di vista i miei obiettivi. e non lo ritengo un percorso naturale. è una crescita che ha bisogno di manutenzione. come se adesso mi sentissi più forte. alzare i jeans e vedere che la calzina a rete è dello stesso colore delle scarpe alte arrotondate e ricevere un complimento, da un ragazzo gay. poter sorridere anche di questo.
postato da: vodkalemon alle ore 13:36 | Permalink | commenti (16)
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