mercoledì, 29 giugno 2005

anche se racconto delle mie vacanze estive quando ero ancora una bambina, non voglio che vi dimentichiate che mi sento uno schifo. che mi sento incompleta. che non c'è una cosa, una fottutissima cosa che va bene. perchè anche se racconto aneddoti sul mio lavoro in albergo, sulla gente buffa che incontro e sulle mille cose che ci sono da fare perchè tutto fili liscio, dentro mi sento a pezzi. anche se scrivo dei cocktails che ogni sera ingollo senza ritegno, delle serate in discoteca super mega fantasticamente acchittata, senza un glitter fuori posto, l'unica cosa che vorrei veramente sarebbe bere un'aranciata in riva al mare vicino a una persona speciale. una persona mia. anche se poi scrivo dei milioni di chewing gum che mangio, del libero arbitrio e dell'indipendenza del pensiero, alla fine non me ne frega nulla. perchè sto per esplodere. ho bisogno che qualcuno mi faccia appoggiare la testa sulle sue spalle e, accarezzandomi i capelli, mi dica che va tutto bene, che ci penserà lui a me e che io devo soltanto rimanere tranquilla. invece scrivo dei compiti delle vacanze che non ho mai fatto, degli anni che non torneranno mai indietro. di quando guardavo i cartoni animati e di quando bevevo i succhi di frutta. ma dentro sento una tristezza infinita, una rabbia incontenibile. per me, che non ho concluso nulla, che non ho in mano nulla, che non ho nulla per cui valga la pena svegliarmi al mattino. e per mia madre, che sta inesorabilmente distruggendosi. e non le importa di me, della sua famiglia, dei suoi bimbi. continua il suo gioco al massacro. giorno, dopo giorno, dopo giorno. avrei voglia di scuoterla. scuoterla fino a farle male. farle capire che sta bruciando gli anni che le restano. che così sta ferendo tutti. me. ma poi penso di averle provate tutte. anzi, forse ho fatto davvero l'impossibile. che non è servito. perchè quando una persona non vuole essere aiutata, nessuno può fare nulla. e quindi proseguo nella mia terribile convivenza e, guardandomi indietro, rivedo le stesse situazioni di dieci anni fa. non un ragionamento. non una parola che non sia ripetuta all'infinito. come una cantilena che mi fa venire i brividi. provo a ragionare con lei. provo a parlarle. ma è solo l'ennesimo fallimento. infinito tentativo che sortisce solo l'effetto di accrescere la mia amarezza. e mentre scrivo della guerra in medio oriente, dei marines e dei fottuti americani, sento che mi sto sbriciolando. pezzettino per pezzettino. e sogno solo qualcuno che mi porti via. a centomila chilometri da qui. voglio soffocare nel suo odore. dipendere dal suo odore. dimenticare. annullare. e vivere.

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martedì, 21 giugno 2005

a giugno, non appena finiva la scuola, preparavo le mie valigie e i miei zainetti e mi trasferivo in campeggio, dove, con la mia famiglia, avevamo un piccolo bungalow. erano le vacanze estive più desiderate, più vissute, più intense che riesca a ricordare. rivedevo faccie che ogni inverno, immancabilmente, modificava un pochino. ma erano sempre i miei amici. quelli con cui mi ero scritta decine di lettere (lettere, quelle con i francobolli e la carta di snoopy, per intenderci, mica le email) e con cui condividevo la stessa identica voglia di chiudere i libri per lanciarmi anima e corpo nelle emozioni che solo l'estate e il mare e i baci rubati sotto la luna potevano regalarmi. erano i tempi in cui si mangiava pane e nutella davanti a holly e benji e in cui non vedevo l'ora di finire il pranzo per mangiare il cornetto algida (prima la crosticina di granella, poi la panna, poi il cono e, solo alla fine, il fondo di cioccolato. erano i tempi in cui si facevano i tuffi e si stava in spiaggia tutti assieme. si facevano le prime passeggiate alla sera sul lungomare, da soli, e non si poteva tornare tardi. quando però si rimaneva sul ponte (che sovrastava la spiaggia, dove fino a una ventina di anni prima correva la ferrovia), c'era sempre chi portava una radio, di quelle a pile e con il mangiacassette e si ascoltava baglioni (ve lo giuro, baglioni, e quando proprio si voleva esagerare, pure venditti...). e c'era chi si appartava con chi. ma la malizia non era ancora entrata a far parte del nostro vocabolario. ci si appartava e si appoggiavano le gambe su quelle dell'altro. ci si dava un bacio, ma solo quando si era sicuri che nessuno stesse guardando. pochissimi accendendevano una sigaretta. non ce n'era bisogno perchè avevamo tutto. tutto ciò che poteva renderci felici. certo che c'erano le discussioni, quelle che ti animavano i quattordici anni (i miei quattordici anni, non quelli di adesso), litigi seri, gelosie, scambi di opinioni. ci aiutavano a crescere. a capire quello che era importante. e poi c'erano i libri dei compiti che, giuro su me stessa, non ho fatto mai. li rimandavo a settembre  e poi speravo che i professori non li chiedessero. ma chi aveva tempo per i compiti con tutto quello che avevamo da fare? c'era la partita di calcetto e c'era la pizza il sabato sera. c'era san lorenzo con i fuochi d'artificio, le bancarelle, le caramelle gommose e lo zucchero filato. c'erano le canzoni da imparare a memoria. c'erano le prime storie. i balletti da organizzare per ferragosto. le mani da stringere forte. i gel nei capelli e le camiciette della nay oleary. c'erano i giri in gommone con i genitori. il canotto da gonfiare e i materassini da legare alla boa per stare tutti assieme. giocavamo a obbligo e verità, a semaforo, a guardie e ladri. era la mia giovinezza. triste e felice. bella e amara. quella che passa troppo in fretta. quella che non ti lascia il tempo di riflettere. quella che ti mette alla prova. che ti fa diventare una donna. ma, forse, io mi sono fermata lì..

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venerdì, 17 giugno 2005

chiedo consigli alle amiche. voglio a tutti i costi sapere cosa pensano di questa situazione. le interrogo continuamente con i miei "ma forse questo potrebbe voler dire qualcos'altro....magari la sua paura nasce solo dal fatto che non si sente sicuro di me e che teme di poter scegliere senza avere uno straccio di certezze sui miei sentimenti...e bla bla bla". e loro, quasi un coro unanime, come una sentenza che mai potrà essere impugnata, mi rispondono "a., si chiama vivere. vivere è esattamente questo. è scegliere non conoscendo in anticipo le conseguenze. è lasciare strade per avventurarsi in vicoli mai percorsi. questo è essere uomini. è vivere l'attimo e mordere la vita come un panino buonissimo che abbiamo paura ci venga portato via. altrimenti, non si vive, si esiste semplicemente". come dare loro torto? come poter pensare, anche solo se perun secondo, di poter replicare? ho indossato la maschera della femme fatale per un giorno. ho speso parole che non pensavo di possedere. ho agito come era giusto che agissi. giusto per me. giusto per il mio equilibrio. giusto perchè mi merito di ricevere la mia parte di felicità come un qualcosa di esclusivo. eppure. eppure sono scivolata un'altra volta nel burrone. perchè sembra che tutto ciò che gli ho detto sia stato portato via dal vento a migliaia di chilometri da noi. e così mi ritrovo a pensarlo. sempre. perchè suo è il primo messaggio che leggo al mattino e, suo, e l'ultimo che leggo alla sera. come l'altro ieri che mi scrive se voglio andare via con lui per lavoro due giorni. così. ed io che mi dibatto tra l'essere contenta e il nervoso che mi provoca pensare che certe proposte dovrebbe farle alla sua donna, non a me. però gli rispondo. e cotinuo a farlo. fino a che mi scrive che sono stupenda. quindi scatta un interruttore in quello che ormai rimane della mia mente. ennesimo basta. ennesima volontà di ignorarlo. e smetto di scrivere. però i pensieri non si spengono. e immagino il suo fine settimana. e immagino il mio. a ricercare consensi. a contare i cocktail e vedere quanto tempo è necessario perchè perda la mia lucidità. però scrivo di lui. e non delle lacrime che ho pianto stamattina quando mio padre è passato a casa nostra. scrivo di lui e mi faccio, se possibile, ancora più del male. perchè avrebbe potuto essere qualcosa di importante e invece non lo sarà. avrebbe potuto colmare quello che mi manca, e invece resterò vuota. ricerco la mia forza e penso che oggi non gli ho risposto mai ed è un buon punto da cui cominciare. penso che adesso mi farò un giretto tra i blog. cercando conforto. cercando storie simili alle mie e storie belle che mi faranno credere che i sogni, a volte. si avverano.

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venerdì, 10 giugno 2005

propositi che durano quanto un rapporto consumato velocemente. come l'odore che si appiccica addosso e svanisce con dell'acqua fresca e il bagnoschiuma al cioccolato bianco della miss milky. sensazioni che mi ero ripromessa di non provare più, legami che avevo giurato di non stringere. il mio scudo si è sciolto come un cioccolatino tenuto nella tasca dei jeans per troppo tempo. nessun presupposto. nessuna certezza. cominciando, al solito, per caso, per gioco. il classico gioco che si trasforma in voglia-di-stare-assieme, in voglia-di-leggere-mille-messaggi, in voglia-di-sentire-il-suo-respiro-su-di-me. sapendo fin troppo bene che lui era di un'altra. illusioni e disillusioni. pensieri che si rincorrono senza sosta nella mia mente. e un cuore che batte come impazzito e che non riesco a calmare. poi il coraggio. doveva essersi nascosto da qualche parte, eppure l'ho trovato. ho trovato anche il mio sorriso migliore (e dentro stavo morendo), ho estratto dal cilindro parole di ghiaccio, affilate come coltelli (e dentro bisbigliavo frasi d'amore e di speranza), ho mostrato il mio distacco (e dentro avrei voluto stringerlo per ore, giorni, per sempre). dovevo farlo. ho recitato per proteggermi. solo per proteggermi. ed ora mi proteggo con le mie storie fast food. con persone che so non mi potranno fare mai del male. perchè con loro mi sento al sicuro. sono braccia forti che mi sostengono e fingo di essere felice. mi lascio andare. alcool e baci e mani che si infilano sotto le mie magliettine. smetto quando voglio. anche se sono più le volte in cui decido di non smettere. e quando mi rivesto riesco a sentirmi più forte. perchè è il coinvolgimento quello che rovina. che dilania fuori e dentro. che logora cuore e membra. altro giro. e anche senza i regali salirò ugualmente sulla giostra. la giostra dell'indifferenza che non ferisce. che regala momenti intensi che non intaccano quello scudo che, imperterrita, provo a ricostruire. anche se il pensiero corre a lui. all'estate che avremmo potuto passare assieme. sole, fotografie, sabbia nel costume, pelle salata, gonnelline di cotone, profumo di buono, pizza e birra, chardonnay e fragole, sesso e carezze. e l'alba di un nuovo giorno che ci avrebbe colti abbracciati. e sfiniti. apro gli occhi e sono da sola. nella mia camera filtra la luce dalle persiane. devo pensare a come passare questo weekend. devo pensare a come non pensare. un'altra ferita. this is the last time i will say these words...

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sabato, 04 giugno 2005

il suono della sveglia si mescola ai miei sogni. la mia mente cerca di contenere quel monotono bipbip, trasformandolo in qualcosa che abbia senso. difficile. molto difficile. soprattutto perchè stavo correndo a parlare con una persona. avevo molta fretta e tanta voglia di arrivare. poi quel rumore. che, subito, sembrava quasi un clacson, un fischio, un grido. sono strani quei secondi (o forse minuti, o forse ore) che separano il sonno dalla veglia. si pensa a tutto e, tutto, è il contrario di tutto. non ho impiegato molto, comunque, a realizzare che quel suono impietoso, implacabile e assordante era l'incipit di un sabato mattina da dimenticare. leggevo da qualche parte che bisognerebbe pensare esclusivamente alle cose che facciamo. pensare che in quel momento stiamo lavando i nostri dentini, pensare che ci stiamo abbottonando la camicia, oppure stiamo sorseggiando il nostro the preferito. bene, direte voi. e, male, dico io. appena apro gli occhi, la mattina, la mia mente diventa regista del film della mia giornata. mentre lavo il viso penso a a quello che devo mettere in borsa. mentre mi trucco mi domando se ce la farò a percorrere quei sei chilometri che mi separano dal lavoro, perchè sono due giorni che non ho voglia di fermarmi a fare benzina. poi, un volta salita in macchina, cerco di ricordarmi cosa c'è in hotel, se sarà una giornata tranquilla o se dovremo correre come degli indemoniati perchè ci sono cento meeting, due matrimoni, oppure 8 comunioni. squilla il telefono, vogliono sapere se abbiamo disponibilità. ho una persona che vuole partire, una che vuole restare e il mio capo servizio che vuole le aggiorni una rooming list. e io penso di chiamare la mia amica per chiederle se passeremo una serata distruttiva, sbirciando l'orario di domani e, soprattutto, conteggiando i cocktails che potrò bermi senza arrivare l'indomani rovinata. il lavoro, mentre valuto cosa potrò indossare la sera, mentre penso se scrivergli un messaggio oppure no (e, cosa scrivergli nel caso decidessi di farlo..), mentre cerco di ricordarmi le commissioni che rimando da almeno una settimana, alla fine passa. passa l'incubo delle otto ore. salgo nuovamente in macchina e la mia mente è libera di volare. immagino come troverò mia mamma a casa. se parlerà strascicando le parole. se avrà litigato con mio papà. se sarà tranquilla e permetterà anche a me di esserlo. intanto ricontrollo il cellulare. faccio i miei giretti e apro la porta di casa mentre squilla il telefono. mia madre è triste, non strascica molto le parole, ma un pochino lo fa. calma a. pensa, pensa pensa. accendo lo stereo per non sentire, accendo la tv per non guardare. mi chiede se ceno a casa. faccio qualche telefonata e immagino la mia serata. il glitter, i tacchi alti, il lucidalabbra che brilla come un diamante. leggo qualche pagina ma la mente è altrove. esco. è bello vedere che è ancora chiaro. che le tenebre mi daranno ancora tregua. che c'è ancora un motivo per sperare. ci si incontra e si pensa a dove andare a distruggersi, dilaniarsi fegato e cervello. conosciamo e entriamo velocemente, sguardi, sudore e coda al bancone. sorrido. intanto penso alla giornata che mi attende l'indomani. al mal di testa che avrò. alla nausea. intanto ballo. ho sete. un'altra vodkalemon. un altro sguardo malizioso. chiacchere forti per potersi sentire oltre la musica. e le lancette che, inesorabili, seguono il loro percorso. tic tac. tic tac. è tardi, mi gira la testa. devo rimanere lucida. guido. un po' veloce. sbatto le palpebre e mi rendo conto che le ore di sonno non saranno sufficienti. le ho contate sulla punta delle dita. con le amiche ostento felicità. ma dentro mi sento morire. nero sbavato mi butto sul letto. metto la svaglia. e inizio a contare. e inizio a pensare a come sarà domani.

postato da: vodkalemon alle ore 07:32 | Permalink | commenti (22)
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